Due notizie.
L'Arabia Saudita è contrariata dalla speculazione sul petrolio, lo reputa contro i suoi interessi fin da quando il prezzo superò i 100 dollari e ora lo manifesta pubblicamente con maggiore intensita'.
La SEC ha annunciato per lunedi' prossimo una limitazione per le vendite allo scoperto dei titoli delle maggiori banche mondiali quotate sulla piazza statunitense, per il periodo limitato di 1 settimana, ma estendibile a 30 gg. Altre misure sull'intero mercato azionario statunitense sono allo studio.
La preoccupazione è alta e si cerca , con indubbio ritardo, di varare misure limitative alla speculazione. Probabilmente altre iniziative seguiranno, perché se l'economia mondiale è claudicante, la pressione ribassista sull' azionario e la speculazione al rialzo sul petrolio sono evidenti moltiplicatori che rischiano di aggravare velocemente la situazione.
La misura della SEC al momento pare un pannicello caldo. Fino a che non si porrà un freno alla speculazione sul petrolio (e sulle commodity) difficilmente si riuscirà a ristabilire una qualche forma di equilibrio.
Dalle parole del Monarca dell'Arabia Saudita la quota di arrivo del greggio nel tempo sembrerebbe essere fissata intorno agli 80/100 dollari al barile.
La offerta di petrolio è relativamente costante, solo piccoli aumenti negli anni da parte dell'Opec, di più da chi sta fuori del cartello. Ma anche la domanda è cresciuta poco rispetto ai prezzi.
La favola che la economia cinese abbia contribuito alla modifica dei prezzi rimane una bufala.
I prezzi dell'oil, espressi in dollari, in poco più di un anno si sono raddoppiati, mentre il dollaro ha perso un 15 %; i consumi cinesi di oil sono 1/3 di quello degli Stati Uniti, difficilmente possono aver influenzato più di tanto.
Qualcosa non funziona.
In pratica finanziariamente pare che ora ci si indebiti in dollari e si compri petrolio e commodity, mentre le borse e i bond vanno a picco. Sul petrolio le posizioni sono quindi ormai anch'esse a debito e a leva.
La componente ampiamente speculativa è quindi evidente e a poco valgono le ripetute dichiarazioni fantasiose del Presidente Bush di desiderare un dollaro forte. Il dollaro forte non interessa, anzi la svalutazione è utilissima per sorreggere le esportazioni americane, ma il petrolio ha preso la mano. I paesi membri dell'Opec si dicono invece preoccupati, temono un ribasso dei consumi.
Newscientist mostra i maggior produttori e consumatori di petrolio. Di conseguenza, per differenza, anche gli esportatori di Oil. Gli Stati Uniti, pur avendo una considerevole produzione, rimangono importatori netti per la metà del loro fabbisogno, che è quasi un quinto di quello mondiale.
La svalutazione del dollaro utile per la competizione delle loro produzioni non riesce a compensare il costo crescente per barile se non per via degli investimenti finanziari speculativi. Un bel rebus che rischia di sfuggire di mano a favore dei paesi esportatori e dei produttori in generale.
Petrolio non è solo benzina, ma i consumatori Usa iniziano a mugugnare.
Non si vede altra via che un raffreddamento d'imperio dell'attività speculativa, un po' come accadde per l'argento all'inizio degli anni '80.
Questa è la strada pensata anche dal ministro italiano dell'economia Tremonti. Una buona idea, ma che quand'anche sostenuta in Europa avrebbe probabilmente scarsissimi risultati pratici. Una simile iniziativa o la fanno propria negli Usa o se ne ricavera' ben poco. Con 20 milioni di barili giornalieri i maggiori consumatori restano gli americani più che gli europei. Il mercato è governato li' (non per nulla il prezzo è in dollari), ma anche i consumatori americani iniziano a sentire il peso del pieno benzina quindi la situazione appare matura per una soluzione tecnica (limitazioni nel tempo e/o nella quantità e nell'indebitamento per tenere aperte le posizioni al rialzo) , se non "politica" visto il crescente fastidio verso i Paesi Arabi tra la popolazione statunitense.
Solo così sarà possibile raffreddare, almeno momentaneamente, l'inflazione nella sua componente energetica.Le premesse tuttavia non sono buone, al G8 , contro ogni evidenza l'amministrazione , tramite Henry Paulson, nega. Del resto il mercato lo governano loro.
I più avvantaggiati dalla situazione di prezzi crescenti restano la Russia e i paesi del Golfo Persico e i petrolieri tutti. Un tentativo di soluzione di forza in quelle zone non è per nulla un fatto da trascurare e di fatto non è stato trascurato in un remoto passato (guerre nel Golfo). Pare ancora infatti la più gettonata politicamente parlando (Iran).
Con la compressione, in occidente, del ceto medio e la crescita dell'indebitamento favorito dalle politiche monetariste (con conseguente aumento stratosferico della massa monetaria concentrata in pochi soggetti), difficilmente si riuscirà comunque ad abbattere l'inflazione crescente. I margini sono molto stretti in larghe fette della popolazione e con la mobilità discendente in vigore da anni la cosa non sorprende.
La situazione in occidente è del tutto simile a quella del Giappone degli anni '90 e ha punti di contatto con quella Usa nel '29, manifestatesi entrambe con l'anticipazione della crisi nei settori immobiliari e finanziari. Con l'aggravante, oggi, di un tasso di risparmio quasi negativo presso una larga fetta della popolazione occidentale e di un debito pubblico crescente in molti paesi.
Non sarà una cosa breve, quali che siano gli alti e bassi momentanei.
Torna di moda il bond, meglio se a breve 3-5 anni e meno o indicizzati, in valuta locale.
Il resto è per amanti del rischio puro.
La favola che la economia cinese abbia contribuito alla modifica dei prezzi rimane una bufala.
I prezzi dell'oil, espressi in dollari, in poco più di un anno si sono raddoppiati, mentre il dollaro ha perso un 15 %; i consumi cinesi di oil sono 1/3 di quello degli Stati Uniti, difficilmente possono aver influenzato più di tanto.
Qualcosa non funziona.
In pratica finanziariamente pare che ora ci si indebiti in dollari e si compri petrolio e commodity, mentre le borse e i bond vanno a picco. Sul petrolio le posizioni sono quindi ormai anch'esse a debito e a leva.
La componente ampiamente speculativa è quindi evidente e a poco valgono le ripetute dichiarazioni fantasiose del Presidente Bush di desiderare un dollaro forte. Il dollaro forte non interessa, anzi la svalutazione è utilissima per sorreggere le esportazioni americane, ma il petrolio ha preso la mano. I paesi membri dell'Opec si dicono invece preoccupati, temono un ribasso dei consumi.
Newscientist mostra i maggior produttori e consumatori di petrolio. Di conseguenza, per differenza, anche gli esportatori di Oil. Gli Stati Uniti, pur avendo una considerevole produzione, rimangono importatori netti per la metà del loro fabbisogno, che è quasi un quinto di quello mondiale.
La svalutazione del dollaro utile per la competizione delle loro produzioni non riesce a compensare il costo crescente per barile se non per via degli investimenti finanziari speculativi. Un bel rebus che rischia di sfuggire di mano a favore dei paesi esportatori e dei produttori in generale.
Petrolio non è solo benzina, ma i consumatori Usa iniziano a mugugnare.
Non si vede altra via che un raffreddamento d'imperio dell'attività speculativa, un po' come accadde per l'argento all'inizio degli anni '80.
Questa è la strada pensata anche dal ministro italiano dell'economia Tremonti. Una buona idea, ma che quand'anche sostenuta in Europa avrebbe probabilmente scarsissimi risultati pratici. Una simile iniziativa o la fanno propria negli Usa o se ne ricavera' ben poco. Con 20 milioni di barili giornalieri i maggiori consumatori restano gli americani più che gli europei. Il mercato è governato li' (non per nulla il prezzo è in dollari), ma anche i consumatori americani iniziano a sentire il peso del pieno benzina quindi la situazione appare matura per una soluzione tecnica (limitazioni nel tempo e/o nella quantità e nell'indebitamento per tenere aperte le posizioni al rialzo) , se non "politica" visto il crescente fastidio verso i Paesi Arabi tra la popolazione statunitense.
Solo così sarà possibile raffreddare, almeno momentaneamente, l'inflazione nella sua componente energetica.Le premesse tuttavia non sono buone, al G8 , contro ogni evidenza l'amministrazione , tramite Henry Paulson, nega. Del resto il mercato lo governano loro.
I più avvantaggiati dalla situazione di prezzi crescenti restano la Russia e i paesi del Golfo Persico e i petrolieri tutti. Un tentativo di soluzione di forza in quelle zone non è per nulla un fatto da trascurare e di fatto non è stato trascurato in un remoto passato (guerre nel Golfo). Pare ancora infatti la più gettonata politicamente parlando (Iran).
Con la compressione, in occidente, del ceto medio e la crescita dell'indebitamento favorito dalle politiche monetariste (con conseguente aumento stratosferico della massa monetaria concentrata in pochi soggetti), difficilmente si riuscirà comunque ad abbattere l'inflazione crescente. I margini sono molto stretti in larghe fette della popolazione e con la mobilità discendente in vigore da anni la cosa non sorprende.
La situazione in occidente è del tutto simile a quella del Giappone degli anni '90 e ha punti di contatto con quella Usa nel '29, manifestatesi entrambe con l'anticipazione della crisi nei settori immobiliari e finanziari. Con l'aggravante, oggi, di un tasso di risparmio quasi negativo presso una larga fetta della popolazione occidentale e di un debito pubblico crescente in molti paesi.
Non sarà una cosa breve, quali che siano gli alti e bassi momentanei.
Torna di moda il bond, meglio se a breve 3-5 anni e meno o indicizzati, in valuta locale.
Il resto è per amanti del rischio puro.
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